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La nascita dell’Europa

Di Prof. Alessio Lodes

Noi siamo talmente avvezzi a fondare la nostra visione del mondo e l'intera nostra concezione della storia sull'idea dell'Europa che ci riesce difficile renderci conto dell'esatta natura di questa idea. L'Europa non è un'unità naturale, come l'Australia o l'Africa; essa è il risultato di un lungo processo di evoluzione storica e di sviluppo spirituale. Dal punto di vista geografico l'Europa è semplicemente il prolungamento nord occidentale dell'Asia, e possiede una minore unità fisica dell'India, della Cina o della Siberia; antropologicamente, è un miscuglio di razze, e il tipo dell'uomo europeo rappresenta un'unità piuttosto sociale che razziale. E anche nella cultura l'unità dell'Europa non è la base e il punto di partenza della storia europea, ma il fine ultimo e irraggiungibile verso cui questa ha mirato per più di mille anni. Nei tempi preistorici l'Europa non possedeva un'unità culturale. Era il punto d'incontro di molte diverse correnti di cultura, che traevano origine, per la maggior parte, dalle più evolute civiltà dell'antico Oriente e venivano trasmesse all'Occidente attraverso il commercio, la colonizzazione oppure un lento processo di contatto culturale. In questo modo, il Mediterraneo, il Danubio, l'Atlantico e il Baltico furono le vie principali della diffusione culturale, e ciascuna di esse fu la base di uno sviluppo indipendente, che a sua volta divenne il punto di partenza d'innumerevoli culture locali. Ma la creazione d'una civiltà veramente europea fu dovuta non tanto al parallelismo e alla convergenza di queste separate correnti, quanto alla formazione di un singolo centro di più alta cultura che a poco a poco dominò e assorbì gli svariati sviluppi locali. Il movimento ebbe il suo punto di partenza nell'Egeo, dove, già nel terzo millennio a. C., era sorto un centro di cultura comparabile alle superiori civiltà dell'Asia occidentale, piuttosto che alle culture barbariche dell'Occidente. E sulla base di questo primitivo sviluppo ecco sorgere finalmente la classica civiltà della Grecia antica, la quale è la vera sorgente della tradizione europea. Dai Greci noi deriviamo tutto ciò che è più caratteristico della cultura occidentale rispetto a quella orientale: la nostra scienza e la filosofia, la nostra letteratura e l'arte, il nostro pensiero politico e le nostre concezioni della legge e dei liberi istituti politici. Di più, fu tra i Greci che sorse per la prima volta una chiara coscienza della diversità fra gli ideali europei e asiatici e dell'autonomia della civiltà occidentale. L'ideale europeo della libertà nacque nei giorni fatali della guerra persiana, quando le flotte di Grecia e d'Asia si scontrarono nella baia di Salamina e quando i Greci vittoriosi innalzarono dopo la battaglia di Platea il loro altare a Zeus Liberatore. Senza l'ellenismo, la civiltà europea e persino la nozione europea dell'uomo sarebbero inconcepibili. Tuttavia, la stessa civiltà greca fu ben lungi dall'essere europea in un senso geografico. Era confinata nel Mediterraneo orientale, e, mentre l'Asia Minore ebbe fin dagli inizi una gran parte nel suo sviluppo, l'Europa continentale e persino parti della Grecia continentale giacquero fuori del suo influsso. Durante tutta la sua storia conservò questo carattere intermediario; giacché, sebbene si estendesse a occidente fino alla Sicilia e all'Italia meridionale, la strada maestra della sua espansione fu verso Oriente, in Asia. L'ellenismo ebbe i suoi inizi nella Ionia e i suoi limiti ad Alessandria, Antiochia e Bisanzio. L'allargamento all'Occidente di questa tradizione di civiltà superiore fu l'opera di Roma, la cui missione consistette nell'agire da intermediaria fra rincivilito mondo ellenistico del Mediterraneo orientale e i popoli barbarici dell'Europa occidentale. Nello stesso tempo che Alessandro e i suoi generali conquistavano l'Oriente e gettavano al vento dell'Oriente i semi della cultura ellenistica dal Nilo all'Oxus, Roma andava costruendo adagio e con fatica il suo compatto stato militare-contadino nell'Italia centrale. Una singola generazione, negli anni dal 340 al 300 a. C., vide sorgere due nuovi organismi sociali, la monarchia ellenistica e la confederazione italica, che differivano profondamente per spirito e organizzazione, ma nondimeno erano destinati a ravvicinarsi tanto che si sarebbero definitivamente assorbiti a vicenda, sino a costituire un'unità comune. Il risultato di questo processo rappresentò, senza dubbio, una vittoria della spada romana e del romano genio dell'organizzazione, ma socialmente e intellettualmente i vincitori furono i Greci. L'era del romanizzarsi dell'Oriente ellenistico fu anche l'era dell'ellenizzazione dell'Occidente romano; e i due movimenti convergettero nella formazione d'una civiltà cosmopolitica, unificata dall'organizzazione politica e militare romana, ma fondata sulla tradizione ellenistica della cultura e ispirata da ideali sociali greci. Ma questa civiltà cosmopolitica non era ancora europea. Nel secolo I a. C., l'Europa non era ancor nata. Roma stessa era una potenza mediterranea, e sin allora la sua espansione si era limitata alle regioni costiere del Mediterraneo. L'incorporazione dell'Europa continentale nell'unità culturale mediterranea fu dovuta alla personale iniziativa e al genio militare di Giulio Cesare: un esempio notevole del modo come l'intero corso della storia può venire trasformato dalla volontà di un individuo. Quando Cesare s'impegnò nell'impresa gallica, il suo primo movente era, senza dubbio, quello di rafforzare la sua autorità sull'esercito e di controbilanciare le vittorie del rivale Pompeo in Oriente. Ma sarebbe un errore giudicare l'opera sua come un accidentale risultato secondario delle sue ambizioni politiche. Come dice il Mommsen, è una speciale caratteristica degli uomini di genio, come Cesare e Alessandro, che essi abbiano il potere d'identificare i loro interessi e le loro ambizioni con l'adempimento di un compito universale; e cosi Giulio Cesare si servì delle temporanee circostanze della lotta politica romana per aprire un nuovo mondo alla civiltà mediterranea. "Che ci sia un ponte collegante le glorie passate dell'Ellade e di Roma col più altero edificio della storia moderna; che l'Europa occidentale sia romanza e l'Europa germanica classica; che i nomi di Temistocle e Scipione suonino alle nostre orecchie in modo assai differente da quelli di Asoka e di Salmanassar; che Omero e Sofocle non siano semplicemente come i Veda e Kalidasa curiosità per il botanico letterario, ma fioriscano per noi nel nostro giardino: tutto questo è opera di Cesare; e, mentre la creazione del suo grande predecessore nell'Oriente fu quasi tutta ridotta in rovine dalle tempeste del Medio Evo, l'opera di Cesare è sopravvissuta a quei millenni che hanno i mutato la religione e la politica del genere umano e persino spostato il suo centro di civiltà, e si erge tuttora per quella che possiamo chiamare eternità.

Questa concezione dell'opera di Cesare e dell'importanza del contributo dato da Roma alla cultura moderna è stata invero largamente discussa in tempi recenti. Il moderno culto delle nazionalità ha condotto molti a rivedere la scala storica dei valori e a considerare le culture originali dell'Europa barbarica con occhi assai diversi da quelli dei nostri predecessori umanisti. Prima i popoli germanici e poi i Celti hanno imparato a esaltare le imprese dei loro antenati - o piuttosto di coloro che suppongono loro antenati - e a ridurre al minimo il debito che i popoli occidentali hanno verso Roma. Come Camille Jullian nella sua grande Histoire de la Gaule, essi considerano l'Impero romano un militarismo straniero che distrasse con la forza brutale la bella promessa di una cultura in germoglio. E, senza dubbio, quest'opinione ha qualche fondamento, in quanto la conquista romana fu, in se stessa, brutale e distruttiva, e la cultura imperiale, che venne poi, stereotipata e priva d'originalità. Ma sarebbe difficile trovare argomenti in appoggio alla convinzione dello Jullian che la Gallia celtica avrebbe saputo accettare la superiore civiltà del mondo ellenistico senza l'intervento di Roma, o all'opinione dei moderni scrittori tedeschi i quali credono che il mondo germanico avrebbe potuto sviluppare una brillante cultura autoctona sotto l'influsso del mondo asiatico.

Non c'è nessuna legge inevitabile di progresso che dovesse costringere i barbari dell'Occidente a creare le loro civiltà. Senza un forte influsso dall'esterno, una semplice cultura primitiva può durare immutata per secoli, come vediamo nel Marocco o nell'Albania. La creazione di una nuova civiltà non può avvenire senza molta e durissima fatica, come Virgilio dice nel verso famoso: "Tantae molis erat Romanam condere gentem". 

Noi non sappiamo se i Celti o i Germani sarebbero stati capaci di un simile sforzo se fossero stati abbandonati a se stessi, o se qualche altra potenza - i Persiani, gli Arabi o i Turchi - sarebbe intervenuta a compiere l'opera per loro. Tutto quanto sappiamo è che l'opera venne compiuta, e compiuta da Roma. Fu l'azione di Roma a trarre l'Europa occidentale dal suo barbarico isolamento e a unirla con la società civile del mondo mediterraneo. E il fattore decisivo di questa impresa venne dato dalla personalità di Giulio Cesare, in cui il genio romano di conquista e di organizzazione trovò la sua incarnazione suprema. È veramente difficile dire quale fosse lo scopo ultimo dell'opera che impegnò tutta l'esistenza di Cesare: se, come pensava Mornmsen, egli desiderasse conservare le tradizioni civiche dello stato romano, o se, come pensano Eduard Meyer e molti altri scrittori moderni, mirasse alla creazione di un nuovo stato monarchico ricalcato sui modelli ellenistici. È probabile che ci sia una certa verità in entrambe le opinioni, e che la monarchia alessandrina di Marco Antonio e il principato di Augusto rappresentino ciascuna un aspetto della concezione cesariana. Comunque sia, non si possono aver dubbi sui fini e sulle idee dell'uomo che ebbe l'effettivo destino di portare a termine l'opera di Cesare, il suo figlio adottivo ed erede, il grande Augusto. Nella sua lotta contro la monarchia alessandrina di Antonio e Cleopatra, Augusto impersonò la cosciente difesa non soltanto del patriottismo romano, ma degli ideali specificamente occidentali. Agli occhi dei suoi partigiani, Azio, come Maratona e Salamina, fu uno scontro dell'Oriente e dell'Occidente, una finale vittoria degli ideali europei di ordine e di libertà sopra il despotismo orientale.

A prima vista l'aspetto più notevole dell'opera di Roma è quello militare, ma il processo civile di urbanizzazione è anche più importante nella storia della cultura. La missione essenziale di Roma fu d'introdurre la città nell'Europa continentale, e con la città venne l'idea di cittadinanza e quella tradizione civica che era stata la più alta creazione della cultura mediterranea. Il soldato e l'ingegnere militare romano furono gli agenti di questa espansione: l'esercito stesso, anzi, venne organizzato da Augusto come una preparazione alla cittadinanza e un mezzo per la diffusione della cultura e degli istituti romani nelle nuove province.

Inoltre, non soltanto le colonie di veterani, come Colonia, Treviri, Aquileia e Merida, ma altresì le fortezze e le basi legionarie, come Sirmio, York o Magonza, divennero centri d'influsso romano e di vita cittadina. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, l'urbanizzazione delle nuove terre venne effettuata riorganizzando sul modello del municipio italico le già esistenti comunità tribali celtiche oppure aggregando i territori delle tribù più arretrate a un centro urbano già esistente. In questo modo si costituì una regolare gerarchia di comunità, che andava da una base di tribù barbariche o popoli, attraverso le città provinciali e i municipi di diritto latino, a una sommità di colonie con cittadinanza. Così per tutto l'Impero s'andava svolgendo un continuo processo di assimilazione e di livellamento, per il quale gli stati associati diventavano province, le città provinciali diventavano colonie, e ai provinciali venivano concessi i diritti di cittadinanza. Ogni città era il centro politico e religioso di un territorio rurale, e la classe dei proprietari terrieri costituiva il ceto dirigente dei cittadini.

Nel secolo II, sotto il saggio governo dei grandi imperatori Flavi e Antonini, questo movimento di espansione toccò il suo pieno sviluppo. Mai il mondo antico era parso più prospero, più incivilito o più pacifico. Pareva che Roma avesse attuato l'ideale stoico di uno stato mondiale in cui tutti gli uomini vivessero in una vicendevole pace sotto il governo di una monarchia giusta e illuminata. Eppure le apparenze ingannavano.

Tutta questa brillante espansione di civiltà cittadina aveva in se stessa i germi della sua decadenza. Era uno sviluppo esteriore e superficiale, come quello della moderna civiltà europea in Oriente oppure nella Russia settecentesca. Era una cosa imposta dall'alto e le popolazioni soggette non l'assimilarono mai del tutto. Era essenzialmente la civiltà di una classe oziosa, la borghesia urbana e i suoi clienti, e per quanto il processo di urbanizzazione promovesse l'avanzare della civiltà, esso implicava anche un vasto aumento di spese improduttive e un crescente salasso ai mezzi dell'Impero. Come ha detto il Rostovtzeff, ogni nuova città implicava la creazione di un nuovo alveare di pecchioni. 

L'espansione della civiltà urbana nell'epoca imperiale fu, infatti, in un grado anche più intenso che nell'industrialismo moderno, un grande sistema di sfruttamento che organizzò le risorse delle terre nuovamente acquisite e le concentrò nelle mani di una minoranza fatta di capitalisti e di uomini d'affari; e siccome la base del sistema era la proprietà terriera piuttosto che l'industria, esso risultò meno elastico e meno capace di adattamento alle esigenze di una crescente popolazione urbana. Finché l'Impero andò espandendosi, il sistema apparve redditizio, poiché ogni nuova guerra dava novelli terrìtori da urbanizzare e nuove provviste di mano d'opera a buon mercato. Ma, appena il processo d'espansione volse al termine e l'Impero fu costretto a mantenersi sulla difensiva contro nuove invasioni barbariche, l'equilibrio economico si ruppe. I mezzi dell'Impero cominciarono a venire meno, mentre le sue spese continuavano a crescere. Il governo imperiale fu costretto ad aumentare le imposte e gli altri oneri delle città, e la ricca aristocrazia municipale, che forniva alle città magistrati e amministratori non stipendiati ed era collettivamente responsabile del pagamento delle imposte, andò poco alla volta in rovina. 

E nello stesso tempo il progresso dell'urbanizzazione indebolì anche le fondamenta militari del sistema imperiale. L'esercito era il cuore dell'Impero. Tutto quel cosmopolitico miscuglio di razze e religioni, coi loro divergenti interessi di classe e di città, era in ultima analisi tenuto insieme da un esercito di soldati di mestiere relativamente piccolo ma intensamente addestrato, che era tuttavia una perenne sorgente di pericolo. Giacché questa tremenda macchina di guerra era troppo forte e troppo bene organizzata per lasciarsi controllare dagli organi costituzionali di uno stato cittadino. Già all'inizio del secolo I a. C., l'antico esercito cittadino della repubblica era diventato un esercito professionale di mercenari nelle mani di generali che erano per metà politicanti e per metà avventurieri militari. La più grande delle imprese di Augusto fu di padroneggiare lo sviluppo mostruoso del militarismo romano e restaurare l'ideale di un esercito cittadino, non certo nel vecchio senso, ma nella sola forma ancor possibile nelle nuove condizioni. Secondo il disegno di Augusto l'esercito delle legioni doveva essere una scuola di civismo, comandato da cittadini romani di origine italica e reclutato in parte nell'Italia e in parte nelle comunità urbane delle regioni dell'Impero più romanizzate L'arruolamento nell'esercito portava con sé il diritto di cittadinanza, e quando era trascorsa la lunga ferma di servizio – sedici o vent'anni - , il soldato riceveva un premio in denaro o in terreni e rientrava nella vita civile nella sua città natia oppure come membro di una delle colonie militari che venivano continuamente impiantate nelle province confinarie come centri di cultura e d'influsso romano. Così, nonostante le dure condizioni del servizio, l'esercito offriva una strada sicura di miglioramento sociale e persino economico, e attirava volontari dagli elementi migliori della popolazione. In ogni città italica, e dopo Vespasiano anche nelle città provinciali, le corporazioni dei cadetti - collegia juvenum - addestravano i figli dei cittadini al servizio militare, mentre i veterani occupavano nella vita municipale un posto onorato e influente.

A poco a poco, tuttavia, questo sistema perse la sua efficacia. La popolazione dell'Italia e delle province più romanizzate si fece sempre meno idonea al servizio militare, e l'esercito cominciò a perdere la sua connessione con le classi cittadine. Al tempo di Vespasiano l'esercito, con la sola eccezione della guardia pretoriana acquartierata in Roma, divenne completamente provinciale nei suoi elementi, e più nessun italico servì nelle legioni, mentre nel secolo II, dal regno di Adriano in poi, il principio del reclutamento locale divenne predominante e le legioni s'identificarono a poco a poco con le province di confine, alle quali servivano di presidio. Cosi l'esercito perse gradualmente ogni contatto con la popolazione cittadina delle regioni più urbanizzate dell'Impero e divenne una classe a parte, con un forte senso di solidarietà sociale. Già nel secolo I lo "spirito di corpo" degli eserciti del Reno, del Danubio e delle province orientali era stato responsabile della rovinosa guerra civile del 69 d. C., e divenne un pericolo anche più serio quando le truppe cominciarono a reclutarsi in uno strato sociale ancor più basso. Alla fine del secolo II l'esercito era composto, nella sua quasi totalità, d'individui di origine contadina romanizzati soltanto a metà, tutto l'interesse e la fedeltà dei quali s'accentravano nei singoli corpi e comandanti. Ma i comandanti, che appartenevano alle classi superiori - senatori e cavalieri - e non sempre erano legati da una consuetudine quotidiana all'esercito, erano sovente semplici uomini di paglia. Il potere reale nell'esercito lo avevano gli ufficiali delle compagnie, i centurioni, che nella maggior parte venivano dalla bassa forza e dedicavano tutta la loro esistenza alla professione. Nelle guerre civili che seguirono alla caduta di Commodo nel 193, l'esercito si rese conto del suo potere e Settimio Severo fu costretto ad accrescerne i privilegi, specialmente quelli dei centurioni, che ottennero il grado di cavalieri e divennero cosi eleggibili ai comandi superiori. Da allora in poi gli imperatori furono indotti a far propria la massima di Settimio Severo: "Arricchisci il soldato e infischiati del resto". Il vecchio contrasto fra stato cittadino ed esercito mercenario, fra ideali civici e despotismo militare, - quel contrasto che aveva già distrutta la repubblica e che l'opera di Augusto aveva momentaneamente rimosso, - ricomparve ora in una forma più seria che mai, e distrusse l'equilibrio sociale del sistema imperiale. L'Impero perse a poco a poco il suo carattere costituzionale di una comunità di stati cittadini governati dalla duplice autorità del Senato romano e del Principe, e divenne un mero despotismo militare. Nel corso del secolo III, e soprattutto nei disastrosi cinquant'anni dal 235 al 285, le legioni fecero e disfecero imperatori a piacer loro, e il mondo civile fu lacerato dalle guerre intestine e dalle invasioni barbariche. Molti di questi imperatori erano galantuomini e soldati di fegato, ma quasi senza eccezione erano ex centurioni, per la massima parte uomini di bassa origine e scarsa educazione, chiamati dalla caserma a dominare una situazione che avrebbe messo a dura prova le capacità del più grande degli statisti. Non è quindi da stupire che le condizioni economiche dell'Impero andassero di male in peggio nelle mani di quella serie di caporali. Per venire incontro alle richieste dei soldati e alle necessità belliche, fu inevitabile un enorme aggravio delle 'imposte; e nello stesso tempo l'inflazione della moneta, che nella seconda metà del secolo aveva raggiunto proporzioni vastissime produsse un rovinoso rialzo nei prezzi e la rottura della stabilità economica. Il governo ne fu costretto a ricorrere a un sistema di servizi obbligatori e di contribuzioni forzate in natura, che aumentarono le angustie della popolazione soggetta. Cosi l'anarchia militare del secolo in causò un profondo mutamento nella costituzione della società romana. Secondo il Rostovtzeff, questo mutamento fu nientemeno che una rivoluzione sociale, in cui la classe sfruttata dei contadini per mezzo dell'esercito si vendicò dell'agiata e colta borghesia cittadina. Questo è forse dir troppo, ma, se anche non vi fu un consapevole conflitto di classe, il risultato fu il medesimo. Le città provinciali e le classi possidenti andarono in rovina, e l'antica aristocrazia senatoria fu sostituita da una nuova casta militare di origini essenzialmente contadine. Alla fine l'anarchia militare venne fermata e l'Impero restaurato da un soldato dalmata, Diocleziano. Ma l'Impero non era più lo stesso. Le fondamenta sulle quali aveva costruito Augusto - il Senato romano, la classe cittadina italica e gli stati cittadini delle province – avevano perduto ogni forza. Non rimanevano se non il governo imperiale e l'esercito dell'Impero: con la conseguenza che l'opera della restaurazione dovette venir eseguita dall'alto attraverso un'organizzazione burocratica tra le più assolute. I germi di questo sviluppo erano stati presenti nell'Impero fin dall'inizio; giacché, sebbene in Occidente l'imperatore fosse in teoria soltanto il primo magistrato della repubblica e il comandante delle legioni, in Oriente occupava una posizione assai diversa. Era l'erede della tradizione delle grandi monarchie ellenistiche, che a loro volta ereditavano le tradizioni degli antichi stati orientali.

Testi consultati:

-    Momsen, T. Romische Geschichte. Traduzione italiana. Milano: Mondadori: 2000;
-    Rostovtzeff. Social and Economic History of the Roman Empire.  Oxford: 1926;
-    Salviamo. De Gubernatione Dei. [s.l.]: [s.n.]. [s.d.];

Prof. Alessio Lodes
Pordenone (Italia)
Email: prof_biblio_lodesal@yahoo.com